Io, Rodrigo e Stefano

maggio 2018, Leo Merati

 

Io faccio fatica a scegliere. Non per indolenza o pigrizia, sia chiaro. Io faccio fatica a scegliere e basta. Io non so cosa farmene della mia (sacra) libertà di scelta. Mi chiedevo se anche il mio regista preferito (teatrale, mi raccomando) avesse lo stesso problema. Ed il mio artista preferito? Così mi sono trovato a chiederglielo, e loro hanno risposto. Ma…Come tutti sapete, nel mondo dell’Arte è necessario servire le domande con la giusta dose di citazionismo, quindi le letture e le reminiscenze di Heidegger, Pasolini e Beuys mi hanno dato modo di travestire la domanda, tanto da svilupparne una conversazione. Il mio regista preferito (se questa definizione può reggere superati i dodici anni d’età) è Rodrigo García.

Rodrigo García nasce nel 1964 in Argentina ma cresce artisticamente tra Spagna e Francia. Drammaturgo, regista ed autore rappresentato in tutto il mondo. Collabora con istituzioni e festival, come il Centro Dramático Nacional (Spagna), il Festival di Avignone o la Biennale di Venezia. Nel 2009 riceve il Premio Europa (UNESCO) per il Teatro e dal gennaio 2014, ricopre il ruolo di direttore di Humain trop humain – Centre Dramatique National de Montpellier. Attualmente è una delle figure più importanti a livello mondiale del Teatro Post-drammatico o contemporaneo.

Mentre il secondo protagonista di questa conversazione è il mio artista preferito Stefano Romano.

Stefano Romano nasce nel 1975 a Napoli e lavora da più di dieci anni in Albania dove ha concepito diversi progetti come artista e come curatore. Ha concepito il progetto 1.60insurgent space il cui focus era lo spazio pubblico, è stato anche co-fondatore del T.I.C.A. (Tirana Institute of Contemporary Art). Nel 2012 è co-fondatore del collettivo DZT (DyZeroTre) e della piattaforma MAPS – Mobile Archive on Public Space. Il suo lavoro è stato esposto in mostre e musei nazionali e internazionali, tra le quali: Stamp Gallery (College Park, Maryland U.S.A.); Tulla Culture Center (Tirana, Albania); Studio Tommaseo (Trieste, Italia); 54° Biennale di Venezia – Padiglione delle Accademie di Belle Arti, Arsenale (Venezia, Italia); Macro Future (Roma Italia); Triennale (Milano, Italia); Chelsea Art Museum (New York, USA); The Kosova Art Gallery (Prishtinë, Kosova).

Io, Rodrigo e Stefano, purtroppo non abbiamo trovato un bar con un buon aperitivo che si trovasse a metà strada tra Montpellier, Tirana e Bergamo e quindi la conversazione si è divisa in duetti: Io e Rodrigo; Io e Stefano. Per la proprietà transitiva è come se Rodrigo avesse conversato con Stefano e viceversa. Così voleva essere, così non è stato, ma su questa pagina è come se conversassero. Perché è successo che la mie domande da indeciso abbiano semplicemente portato ad altre questioni, come nel più classico dei dialoghi socratici. Un dialogo che risulta essere in lingue diverse e tra sconosciuti. Un dialogo che qui prende forma attraverso la restituzione di uno scambio telematico avvenuto con gli stessi. Uno scambio qui proposto attraverso la costruzione di un’immaginario che ci vede protagonisti di una chiacchierata in un ipotetico bar davanti a uno Spritz. Un dialogo che vorrei partisse da quello che nel 2015 ai microfoni del Théâtre du Rond-Point Rodrigo García disse:

“C’è un’Europa occidentale con troppe regole e la cosa rara è che noi cittadini le accettiamo per bene [le regole].  Vedo generazioni di giovani che chiedono queste regole di condotta, restrittive come se la gente avesse bisogno di esser messa in piccole prigioni e che dentro a questi carceri avvertisse un senso di sicurezza. La sicurezza all’interno di una piccola prigione. E certo, cosa posso fare io con il teatro? Tentare. Mostrare momenti di libertà, momenti di libertà estrema. Scorretta. In modo che il pubblico provi una certa invidia, in modo che dica: < Com’è possibile che questi tizi sul palco stiano facendo queste cose ed io nella mia vita quotidiana non sia capace di fare qualcosa del genere? > E questa è l’intenzione che abbiamo quando facciamo Teatro e quando scrivo.” (García R., 2015)

 

Rodrigo GarcÍa_La CarnicerÍa Teatro_ Gólgota Picnic
ph David Ruano

 

Se il centro della nostra conversazione era l’utilizzo della Libertà, la mia difficoltà alla scelta, dovevo capire se anche loro erano percorsi dagli stessi dubbi. In qualsiasi aperitivo, dopo i convenevoli, le presentazioni e aver ordinato, bisogna iniziare a conversare. Non potevo iniziare a parlare di quanto il clima di Montpellier in realtà non fosse così diverso da quello di Tirana. Era necessario trovare un campo comune di dialogo. Esiste una cosa, che accomuna, ogni essere umano: il Linguaggio. Il Linguaggio gode di una Libertà teoricamente illimitata e ci definisce come tali, come esseri umani. Cosa che eravamo (e siamo) Io, Rodrigo e Stefano. Il Linguaggio era, per il mio subconscio da liceale, legato ad Heidegger. “In cammino verso il linguaggio” era un libretto che mi aveva sempre parlato e ricordato le ore ad ascoltare la mia professoressa di filosofia. Ripresi in mano il libro per prepararmi a quello scomodo momento nel quale era necessario “rompere il ghiaccio”. Dovevo trovare qualcosa di evocativo che non lasciasse spazio a dubbi. Qualcosa che riguardasse la Libertà, la Scelta e necessariamente il Linguaggio. Scorse alcune pagine mi venne alla mente una parola che avevo sempre legato a quel libro: “Koto”. Mi meravigliai nel momento che mi si presentò davanti agli occhi questo passo:

«I. Qualche tempo addietro chiamai il linguaggio la dimora dell’Essere (…) Come suona la parola giapponese che indica il linguaggio?
G. (dopo un’ulteriore esitazione) Quella parola è Koto ba.
I. E che significa questo?
G. Ba indica le foglie, o anche, e specialmente i petali. Pensi alla fioritura di un ciliegio o di un susino.
I. E che significa Koto?
G. Rispondere a questa domanda è estremamente difficile. Cionondimeno il tentativo di rispondervi resta facilitato dal fatto che abbiamo osato chiarire lo Iki come il puro rapimento della quiete che chiama. Il respiro della quiete, dalla quale nasce questo rapimento appellante, è la forza che fa che quel rapimento avvenga. Ma Koto indica sempre al tempo stesso quel che di volta in volta rapisce, ciò che si manifesta con la pienezza del suo incanto, di volta in volta unico, nell’attimo irripetibile»
(Heidegger M. – 1959-, “ In cammino verso il linguaggio”. Milano: Gruppo Ugo Mursia Editore ppg.117)

Era il passo perfetto, perché presupponeva una forza dalla quale nascessero i petali (Ba) del Linguaggio. Il Koto come riassunto di Libertà e Scelta che genera; la spinta contro la fatica di scegliere. Lo lessi ad entrambi. Prima di formulare la domanda, Rodrigo mi interruppe per ringraziarmi della scelta di leggere uno dei suoi “poeti” preferiti. Mi chiesi come mai si riferisse a Heidegger come poeta e non come filosofo; mi rispose come se mi leggesse nel pensiero dicendo che il suo reinventare il linguaggio fosse un modo per svelare l’impossibile, una luce nel bosco (scoprì solo dopo che García avrebbe più volte utilizzato la figura del bosco). La settimana prima aveva viaggiato per lavoro con un libricino di Heidegger con sé, ora non lo trovava nella borsa e si scusava di non potermelo citare. Stefano invece sorrise ed attese, più meditativo del teatrale García; sapeva che sarebbe arrivato altro. Così continuai chiedendo se la forza creativa del Linguaggio (la spinta contro la fatica di scegliere) dovesse fare i conti con la leggibilità. In questo volevo allargare il tavolo di conversazione ed aggiungere al nostro terzetto un quarto ascoltatore: il pubblico o il fruitore. Domandai quanto chi riceve questa spinta creativa possa interferire sulla spinta stessa. Quanto, quindi, il pubblico influenzasse la loro presa di Libertà rispetto al dire qualcosa. Ci volle un secondo prima che i due iniziassero a parlare. Rodrigo García prese dalla borsa un breve testo che aveva letto all’Università di Montpellier.

“L’uomo nasce con un’eredità: il nascere e la certezza di morire; a metà del percorso viene il Linguaggio. Quindi il Linguaggio visto come uno strumento che ha come conseguenza la funesta consapevolezza di essere nati e di dover morire.”

Sebbene all’inizio non ne colsi il senso, García continuò la lettura.

“Il Linguaggio permette di fare domande, tesoro della creatività che mette in scacco la Libertà e che la conduce all’immaginazione, sua seconda caratteristica. L’immaginazione è il punto nel quale l’artista deve sentire la mancanza di mezzi, parole e colori, per continuare ad allargare l’eredità del Linguaggio.”

Mi sentii quasi convinto da questo passaggio ma non ne comprendevo ancora il senso fino a quando Rodrigo disse:

“Fino ad ora, abbiamo detto che la narrazione ha bisogno di un linguaggio, che è ereditario; parliamo di immaginazione ribelle che completa la realtà, però ci manca quello che, se mi permettete, considero la cosa più importante: la Grandezza.
Cos’è la Grandezza? Non è possibile sentirla dato che la percepiamo. E tutto questo avviene con l’aiuto inestimabile dei lettori e del pubblico, che, in una dimostrazione di arroganza senza precedenti, applaude l’artista e la sua volgarità e si definisce consumatore di piccole opere che, seppur serie, elaborate, raramente sono di gran portata.”

 

Rodrigo GarcÍa_La CarnicerÍa Teatro_ Gólgota Picnic
ph David Ruano

 

Rodrigo García stava esponendo una terna hegeliana. La domanda, l’immaginazione e la Grandezza sono i caratteri di un Linguaggio la cui Libertà era direttamente applaudita da un pubblico (dall’Altro) senza che ci fosse necessaria consapevolezza del passaggio. In altre parole, dei Galli con scarpette da bimbo addestrati per stare completamente immobili sul palcoscenico (come in 4 di Rodrigo García) non subiscono l’influenza del pubblico, ma ne provocano una reazione. La Libertà di scelta del mio Registra preferito era, quindi, superiore alle influenze; era “umana” in senso quasi genetico, cioè che partecipava di quella certezza che stava tra il nascere ed il morire.

Se la risposta di Rodrigo aveva deciso di tirarmi un metaforico e filosofico schiaffo in faccia, quella di Stefano racchiudeva uno sguardo molto nitido e meno barocco rispetto allo spagnolo. Stefano cominciò con l’inserire la Libertà e la sua espressione all’interno di una scatola che poteva essere aperta solo se si possedevano gli strumenti culturali per aprirla. Per aprire la scatola era necessario conoscerne il meccanismo, in modo da non soffermarsi solo sulla forma ma scoprirne il contenuto. Se la Leggibilità diveniva prodotto culturale, la Libertà che deriva dalla scelta e dalla produzione di un’opera, invece, ne rappresentava un’universale. Vedendo la mia faccia perplessa, Stefano fece quest’esempio:

“Dalle avanguardie in poi, l’arte si è sganciata dalla committenza religiosa e dalla necessità di rappresentare la pura realtà di ciò che vediamo, la libertà espressiva degli artisti è diventata il centro stesso della produzione artistica, si parla sempre più di ricerca artistica con la possibilità dell’artista di sperimentare. Una parte della Libertà di scelta e di creazione non poteva essere compresa direttamente dall’Altro, ma serviva per allargare i confini della Libertà stessa. Ma se chi produce si fermasse davanti alla capacità della maggior parte del pubblico di capire o meno la produzione artistica i cambiamenti avverrebbero in un arco di tempo fatto di secoli, quando attorno, il mondo si evolve alla velocità di pochi anni dal punto di vista tecnologico, sociale e umano. La leggibilità dell’opera è quindi a mio modo di vedere uno stimolo piuttosto che un limite, anche e soprattutto per lo spettatore. La Libertà di scelta è quindi tanto importante per me come per l’Altro.”

La mia difficoltà di scegliere ha conseguenze anche sull’Altro, il mio amico e mio fratello; ma sul mio artista preferito? Su un regista teatrale di un’istituzione? Decisi allora di capire come una personalità influente come quella di un artista debba fare i conti, nella sua difficoltà di scelta, con la società. “ A quel punto estrassi una citazione che avevo deciso di appuntarmi su un blocco a quadretti ingiallito che avevo trovato nel cassetto di casa appena prima di uscire. Lessi:

“L’articolo 529 del nostro codice sancisce e istituzionalizza in tal modo, un privilegio. Il privilegio dell’artista. È un’idea spiritualistico-borghese dell’arte, che prevede una società selettiva, in cui ci siano delle cerchie capaci di avere sentimenti e idee preclusi di fatto alle masse. La libertà di espressione si giustifica solo con la libertà di espressione, non con la poesia. Riuscirà, credo, difficile anche al più cieco dei moralisti immaginare un autore che lavori alla sua opera ossessionato dal dilemma: O fai della poesia o vai in prigione.” (P. P. Pasolini -1973- Per il cinema, a cura di Walter Siti e Franco Zabagli, Mondadori, Milano 2001)

Mi accorsi che Rodrigo García si stava distraendo. Quando terminai la lettura, pensai di aver già perso la sua attenzione. Decisi, allora, di punzecchiarlo sulle notizie di cronaca che lo riguardavano direttamente. Numerosi furono i tagli che la Comunidad de Madrid aveva imposto a Arrojad mis cenizas sobre Mickey per la presenza di criceti in una boccia per pesci che cercano di stare a galla o rane che sul finire dello spettacolo saltano in una fanghiglia bianca (www.elconfidencial.com). Non era il primo episodio di minaccia e censura che aveva dovuto affrontare. Da grande maestro, Rodrigo rispose con la più schietta ed onesta delle risposte. Sottolineò come non avesse limiti e non avesse paura di averne perché non era attraversato da cattivi pensieri, da pensieri di violenza. Tuttavia non metteva in dubbio che la giustizia, come strumento di repressione, potesse non pensarla nella stessa maniera e quindi considerare illecite azioni che un artista era tenuto a considerare costruttive e oneste nei confronti del proprio lavoro. Di fronte a questo:

“Non rimane che insistere ed aspettare l’arrivo della polizia con un mezzo sorriso per la stupidità del caso”

Sorrisi perché tra pensiero e pratica Rodrigo García, aveva evitato qualsiasi possibile scontro o discussione. Stefano parlò di una Libertà di scelta che, nel contemporaneo, risultava mobile e sostanzialmente vuota. Cosa volesse dire essere liberi era una questione del tutto esterna al suo margine di analisi. Essere liberi significava fare ciò che si vuole con la consapevolezza di dover rispondere delle proprie azioni. Non compresi perché si distaccasse tanto da quel contenitore culturale e sociale che fino a poco fa era il centro del suo discorso. Mi sentii ingenuo e semplice quando disse:

“Sinceramente il concetto di libertà non mi interessa molto, mi interessa di più quello di cambiamento che secondo me contiene anche il concetto di libertà. Gli artisti sono stati spesso censurati (a volte a mio parere anche in maniera inconscia), altre volte non capiti a volte apertamente osteggiati, forse proprio perché il loro lavoro stava spostando la linea di ciò che consideriamo “legale” o meglio dire “appropriato”, stavano cioè cambiando il punto di vista della società sull’idea di libertà di espressione.”

Il lavoro di Stefano, tramite azioni effimere e diasporiche, necessitava la collaborazione del pubblico, e quindi la Libertà di scelta delle sue opere si trovava nel centro di ciò che l’Altro o la gente era in grado di leggere come una riflessione sulla realtà sociale e politica. Stefano non dipendeva dalla difficoltà di scegliere che gli imponeva la società ma era quell’imposizione il centro della scelta stessa. Era come girare la telecamera di Spielberg e puntargliela in faccia. Per un secondo, Stefano, anche lui -sì- mi aveva spiazzato. Ero un peso piuma contro due pesi massimi, Andy Kaufman contro Jerry Lawler.

 

Stefano Romano_Stereotypes (home)_The Unfinished Archive (2006 – in corso)

 

Mi aggrappavo alla cannuccia dello Spritz, rintronato e disarmato. Non potevo far crollare la chiacchierata dopo questo picco, dovevo decidere come chiudere, come avvicinarmi tanto da poter scorgere se anche il mio regista preferito ed il mio artista preferito avessero problemi con la propria Libertà di scelta, se temessero o faticassero. Era l’artista a faticare a scegliere o era l’uomo? Era il mio regista preferito a non riuscire a scegliere o era Rodrigo García? L’artista o Stefano?

Così invitai Rodrigo a riflettere se fosse lo stato di Libertà (ipotetica) che rendesse l’Essere Umano Artista o se fosse l’Essere Umano che plasmasse come Artista e con le sue azioni la Libertà. Rodrigo sorseggiò rumorosamente l’ultimo sorso di Spritz prima di rispondere che era stato l’uomo, come non-artista, ad attentare alla propria Libertà. Il suo bicchiere tornò sul tavolo e la sua mano si allungò per stingere la mia. Volli alzarmi in piedi per salutarlo con un abbraccio ed accompagnarlo a pagare. Mi offrì l’aperitivo e mentre attendevamo il cameriere in cassa mi disse:

“Pensa ad un bosco. Oscurità, nebbia. Ci sono rumori strani. Se tutto questo mistero ti cattura, esci e ti perdi per il bosco. Ma la gente ha preferito la motosega. Tagliarlo. Abbattere il mistero”

Lo abbracciai di nuovo prima di tornare al tavolo e non pensai a ques’ultima frase fino a quando, mi trovai nella situazione di dover ripetere la stessa domanda a Stefano, il mio artista preferito. Stefano mi parlò di “un estrattore”, ossia una crepa che permetteva alla parte creativa di ognuno di noi di esprimersi. Partendo dal presupposto che secondo molti il pensiero creativo, la Libertà di scelta, arrivi dopo la risposta a bisogni basilari come nutrimento, lavoro e dignità, Stefano suggeriva che la capacità dell’essere umano si mostrasse proprio nel rispondere a queste necessità a tal punto da portarlo ad essere il dominante sul pianeta Terra. Per Stefano, l’essere artista non significava sviluppare una produzione estetica, ma rispondere ai bisogni di vita in maniere alternativa, diversificando le possibilità di risposta come di domanda. Fu molto chiaro nella sua risposta. Chiuse il cerchio dicendo:

“A mio modo di vedere è l’essere umano che plasma, cambiandolo e muovendolo, il concetto di libertà entro cui si muove l’artista che a sua volta, in quanto essere umano e non in quanto artista, con la sua produzione estetica contribuisce a cambiare e muovere l’idea di ciò che consideriamo libertà.”

 

Stefano Romano_La ragione non dorme e genera mostri_2017

 

Mi guardava con un’espressione famigliare, accomodante. Stefano è una di quelle persone che mette a proprio agio. Dovevo comprendere se il mio artista preferito facesse, come me, una gran fatica a scegliere. Non per indolenza o pigrizia, sia chiaro. Fatica a scegliere e basta. Glielo chiesi, con determinazione. Abbassò il tono della voce, come per ammissione di colpa o per timidezza.

“Si, scegliere è un processo molto faticoso per me, direi quasi doloroso, infatti tendo spesso a scegliere di getto senza pensare troppo, ma aggiustando il tiro dopo, piano piano, sulla scelta fatta di getto.”

Il mio regista preferito mi aveva detto di essersi perso per il bosco nella sua Libertà di scelta. Il mio artista preferito mi aveva detto che scegliere quasi gli faceva male.

 

… sbattei gli occhi e ritrovai un ciglio sulla tastiera del computer. Lo strinsi tra le dita ed espressi il più universale dei desideri, quello di chi fa fatica a sceglierne uno. Soffiai. E mi sentii meno solo. Io, Rodrigo e Stefano.

 

Leo Merati, laureato in Mediazione Linguistica e Culturale, è stato attore per diversi anni della compagnia bergamasca Spaz10 Teatro ed ha recitato tra Italia, Inghilterra e Spagna. Da sempre vicino alla progettazione artistica e all’Arte Contemporanea. Leo recita e scrive.