PROJECT SPACE? | The Blank

ottobre 2017, Alberto Ceresoli

 

Di fronte ad un’evidente proliferazione di Spazi Progetto, diviene necessario affrontare un’indagine su larga scala con l’intento di comprendere il ruolo che questi giocano all’interno di un sistema dell’arte troppo spesso e forse paradossalmente accusato di elitarismo. Questa breve intervista proposta agli animatori di realtà attive sul territorio nazionale vuole sì trovare delle risposte ad interrogativi che sussistono nell’essere posti, ma in particolar modo rivolgendo l’attenzione agli obbiettivi, alla progettualità e alle difficoltà degli spazi in oggetto, vuole essere punto di partenza di un dibattito aperto a nuove domande.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La redazione incontra Stefano Raimondi di The Blank (BG)

Che cos’è The Blank?
Letteralmente The Blank è uno spazio vuoto da riempire. In quest’ottica nel 2010 è iniziato il percorso che ha portato a una sua istituzionalizzazione, creando una rete culturale in stretta relazione con il Comune di Bergamo, composta da realtà pubbliche e private – artisti, musei, fondazioni, collezionisti, curatori – dedicata alla promozione e valorizzazione della città e dell’arte moderna e contemporanea. Così è proseguito nel 2011 con la realizzazione di una residenza per artisti e si è sviluppato fino a oggi con un insieme variegato di progetti (Artdate, Artpassport, Conversations, Educational, Kitchen) che hanno contribuito a rendere la città di Bergamo un luogo con una forte identità territoriale e internazionale, in prima linea nell’innovazione, accoglienza e sperimentazione dei linguaggi e delle pratiche artistiche.

Una breve presentazione degli animatori del progetto?
Dalla condivisione e arricchimento di questa idea di network iniziale si è formato un gruppo meraviglioso che è cresciuto e cambiato nel tempo: operativamente The Blank è composta da tredici professionisti che con passione si occupano di aspetti molto diversi tra loro, dal programma artistico alla documentazione fotografica, dalla gestione finanziaria allo sviluppo digitale, dal coordinamento alla grafica, dall’ufficio stampa alla didattica. Direi che manca solo un esperto di marketing e fundraising e siamo al completo.

Quali le motivazioni che hanno portato alla nascita dello spazio?
Abbiamo intuito sul territorio un potenziale latente e disunito e lo abbiamo cucito per esaltarne il potenziale. Ci piace pensare di essere in qualche modo utili, di lavorare in funzione e al servizio della più ampia comunità in cui siamo inseriti, cercando di favorirne la crescita sociale.

Perchè aprire uno Spazio Progetto e non una Galleria d’Arte?
In realtà, essendo una rete, the Blank non è propriamente ne uno spazio, ne un progetto ne una galleria, però si occupa d’arte, questo si, integrandola in maniera indissolubile con la comunità della città in cui agisce. Proprio per la sua componente immateriale The Blank si configura più come un modello replicabile e modulare, attivabile in altri contesti che avrebbero benefici nel creare una rete tra competenze già presenti e con una spinta creativa non convenzionale. Penso, per stare in Italia, a città come Bologna, Modena, Mantova, Verona, Napoli, Roma.

The Blank è uno spazio indipendente?
Diciamo che abbiamo l’esperienza per sapere che The Blank dipende da persone, idee, progetti e bilanci, quindi cerchiamo di creare quante più relazioni valide possibili. Ogni relazione è un dialogo, quindi un punto di incontro tra visioni e obiettivi che, fortunatamente, non possono essere mai uguali tra loro e vengono negoziati nell’interesse di una soddisfazione condivisa.

Obbiettivi di oggi ed eventuali differenti obbiettivi per il futuro?
Ci piacerebbe che The Blank potesse occuparsi in futuro della gestione completa di uno spazio istituzionale, un museo o una fondazione o, come già detto, che altre città ci chiedessero di promuovere il loro habitat culturale attraverso una rete diffusa.

Come sopravvive The Blank? Quali i costi e da dove provengono le entrate?
Questa domanda mi lascia pensare a una situazione generale non troppo vitale. Per una realtà come The Blank sopravvivere sarebbe assolutamente inutile, o esiste al meglio oppure meglio lasciar perdere. I costi dipendono principalmente dalle iniziative, dalla comunicazione, dal personale. Le entrate da bandi, sponsorizzazioni, contributi, donazioni e lasciti.

Un pensiero critico sulla crescente apertura di Spazi Progetto?
E’ l’evidenza di diversi fattori: il primo è che c’è nelle giovani generazioni, ma più in generale, una forte energia e spirito imprenditoriale nel promuoversi e leggere il contemporaneo in modi diversi. Spesso nella speranza di costruirsi contatti per una possibilità o riconoscibilità presente o futura. Mi incuriosisce questo aspetto della “newness”, per cui quello che è nuovo è necessariamente subito valido e innovativo. Anche se mi piacciono quegli spazi che mettono tutta l’energia in un tempo brevissimo e poi esplodono, per mia natura, preferisco avere il tempo di sviluppare una linea temporale di giudizio critico. Allo stesso tempo credo che questa crescente apertura sia l’altra faccia della medaglia di un sistema istituzionale ancora troppo debole, disunito e disattento. Oggi, nella maggior parte dei casi, lavorare in Italia nel mondo dell’arte è un atto di resistenza, vanità o poesia. Siamo arrivati al punto che pensiamo normale esserci una completa permeabilità tra funzione pubblica e interessi privati, legittimando più o meno inconsapevolmente una quantità smisurata e molteplice di conflitti d’interesse.

The Blank è una realtà con una progettualità chiara e definita o in divenire?
Diciamo che la base progettuale è stata, in questi sette anni, definita, consolidata e direi pronta a essere autonoma da The Blank stessa. Su questo percorso si può innestare una nuova prospettiva.

Due parole sulla mostra in corso o di prossima inaugurazione?
Ci sono diversi progetti in via di definizione, uno a cui teniamo moltissimo, è un intervento permanente nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Bergamo, un’operazione di grande delicatezza che stiamo realizzando attraverso un intervento sonoro di Lorenzo Senni. Un altro, solo abbozzato, rappresenterebbe una piccola rivoluzione per l’associazione ma per scaramanzia non posso aggiungere nulla.