Talk con Barbara Baroncini

giugno 2018, Alberto Ceresoli

 

La redazione incontra l’artista Barbara Baroncini (Bologna, 1989)

Ciao Barbara. Hai da poco concluso il percorso di formazione “Mestiere delle Arti” promosso dall’Associazione Giovani Artisti dell’Emilia Romagna (GA/ER). Un modello di formazione sperimentale nell’ambito dell’arte contemporanea, nei settori delle arti visive e applicate. La proposta di seminari, stage e workshop ti hanno portata a confrontarti con artisti, economi, avvocati, esperti di comunicazione e fundraising. Me ne parli?

Mi sono formata in Accademia di Belle Arti dove l’attenzione è focalizzata verso la ricerca di un linguaggio e di un’identità artistica attraverso la sperimentazione di tecniche e materiali. Sono stati anni di sperimentazione nei quali ho visto un’evoluzione del mio percorso: dalla scultura con i calchi e i siliconi, gli archivi, le installazioni site specific di grandi dimensioni, al ritorno in studio per riscoprire il disegno come momento primo di ogni lavoro. Mestiere delle Arti è arrivato con la fine degli studi in Accademia, in un momento perfetto per “riempire” il passaggio. Il corso ha avuto una durata di un anno e mezzo e si è articolato in tre tappe: i seminari con esperti e professionisti, un tirocinio e un workshop teorico-pratico con l’artista Andreco. Durante i seminari abbiamo affrontato temi teorici come elementi di business plan, fundrasing e crowdfunding, elementi di finanza e controllo di gestione dell’impresa, economia dell’arte e politica culturale, tutto a stretto contatto con le esperienze e il background dei relatori. Questo tipo di conoscenze viene raramente trattato durante il percorso accademico. Ricevere tutte queste informazioni in un tempo così breve è stato utile per capire come investire sul mio lavoro e affrontarlo nel modo più professionale possibile, evitando sprechi e perdite di tempo. Tra i tanti sottolineo l’incontro con gli avvocati dello Studio Idealex di Bologna con cui ci siamo confrontati sulla normativa dei diritti morali e patrimoniali d’autore con il fine di comprendere come un’artista può tutelare il proprio lavoro. Con Sartoria a Modena si è discusso di comunicazione, prendendo in esame strategie di marketing come le collaborazioni tra i grandi marchi di moda, artisti e designer, impegnati nell’ideare capsule collection che affiancano le collezioni principali. Mestiere delle Arti ha allargato le mie vedute su possibili aperture del mio lavoro d’artista e mi ha dato nuovi strumenti di progettazione che ora hanno uno sguardo sul futuro. Oggi ho la consapevolezza che il lavoro artistico non dove per forza chiudersi in una mostra o in un bando di concorso. Se lo desideri puoi inventarti molto altro. Credo molto nell’idea di multipotenzialità di un’artista, e trovo corretto cercare di assecondare le proprie capacità per creare qualcosa di positivo per se stessi e per gli altri, riconoscendo e perseguendo i propri desideri.

 

350 ore di tirocinio presso la Galleria P420 di Bologna. Da artista come hai affrontato l’esperienza (amministrazione, organizzazione, curatela) in Galleria?

Desideravo conoscere il rapporto di lavoro tra artista e gallerista. La scelta della galleria P420 è motivata dal fatto che è la galleria che seguo da più tempo nella mia città; conosco da vicino la loro attività, i loro artisti, la maggior parte delle loro mostre passate. Nei mesi di tirocinio ho potuto conoscere più aspetti del lavoro in galleria: la gestione e l’amministrazione, l’archiviazione di opere e beni, la preparazione per le fiere, l’organizzazione di progetti di mostra, il dialogo con gli artisti. In particolar modo con June Crespo: la giovane artista ha esposto nella doppia personale Foreign bodies curata da João Laia. Le sue opere dialogavano con le fotografie dell’artista americano John Coplans, in un interessante percorso sul rapporto tra corpo e rappresentazione. Ho avuto il piacere di seguire la produzione di tutte le opere di June Crespo realizzate a Bologna nelle settimane precedenti l’inaugurazione. L’ho aiutata a fare i calchi dei termosifoni e alcune gettate di cemento per i positivi. Penso che June Crespo in quell’occasione si sia messa totalmente in gioco assecondando le sue intuizioni e sfruttando a suo favore tutti gli imprevisti che caratterizzano il fare della scultura. Un’altra opportunità molto bella è stata essere presente insieme ai galleristi negli stand di Artissima2017. Ho seguito da vicino lo stand della sezione Back to the Future con un focus sulle opere degli anni ’80 di Joachim Schmid. La fiera è sempre un momento importante per la galleria, certamente per gli affari ma anche per confermare e creare nuovi contatti. In quei giorni si sono susseguiti moltissimi incontri, tra tutti ricordo quello con Joachim Schmid che mi ha lasciato tanta leggerezza. Un’artista straordinario, radicale nella sua pratica e nel suo gesto e al contempo ironico, e molto, molto sincero. L’esperienza in P420 mi ha fatto comprendere come migliorare e valorizzare certe dinamiche nel mio lavoro d’artista. In particolar modo mi ha fatto riflettere sull’importanza di avere un archivio ragionato dei lavori più passati, ma anche di quelli più recenti o in progress, mi ha fatto comprendere quanto sia importante la gestione della documentazione, la definizione di eventuali edizioni delle opere, di quando e come considerare un lavoro finito e di come conservarlo con cura nel tempo. Nella galleria ci sono più persone che gestiscono tutti questi aspetti ed è stato interessante vedere come ogni professionalità viene coordinata stando al passo con tempistiche velocissime senza mai perdere lucidità. Nonostante l’innegabile impegno che questo comporta, penso che fare le cose con ordine dia maggiore valore e dignità al proprio lavoro. Inizio a maturare la capacità di “immaginare” il lavoro dell’oggi nel domani e posso affermare con una certa sicurezza che affronterò la mia pratica artistica con maggiore consapevolezza.

 

Foreign bodies John Coplans & June Crespo, 2018, installation view, courtesy the artist & P420, Bologna, ph.C.Favero

 

Joachim Schmid, Works from the 80s, Back to the future Artissima 2017, courtesy P420 and the artist, ph.S.Pellion di Persano

 

Joachim Schmid, Security Check, 1985–1987, 8 fotografie b-n_8 b-w photos, cm.13×18 cad_each, courtesy P420 and the artist, ph.D.Lasagni

 

Mestiere delle Arti si è concluso con un workshop condotto dall’artista Andreco (Roma, 1978). Andreco è impegnato in una ricerca artistica e scientifica in cui l’attenzione al rapporto tra spazio urbano e paesaggio naturale e rapporto uomo e ambiente si traduce in simboli e immagini che definiscono il suo linguaggio visivo e concettuale. Vorrei che mi parlassi della sua figura e del suo background declinato all’interno di dinamiche di scambio e di partecipazione tra il gruppo di lavoro (artista/corsisti).

Conoscere e misurarsi con Andreco è stato molto stimolante. Andreco è una persona decisa e ha dimostrato fin dal principio di avere le idee chiare rispetto al lavoro che avremmo fatto insieme. È stato interessante capire come ha tradotto la sua formazione da ingegnere ambientale in un linguaggio artistico pluridisciplinare, denso di contenuto e con un’attenzione al dato espressivo ed estetico. Per tutto il percorso ha trasmesso e proposto il suo metodo di lavoro, invitandoci con determinazione a trovare e migliorare il nostro. Le proposte da lui avanzate hanno sempre tenuto conto del valore morale di ogni nostro gesto, cercando di contraddistinguere ogni scelta in virtù dell’etica e trasmettendoci questa sua urgenza espressiva. Andreco ha viaggiato per il mondo e da ogni esperienza ne ha tratto un racconto formidabile. A noi ha dato moltissimo, senza limiti o segreti, questo lo trovo un atto di grande generosità.

 

L’editoriale online per l’arte contemporanea su cui verrà pubblicata questa breve intervista ha condiviso nei giorni passati la documentazione fotografica di Intrepida, progetto di riattivazione dell’ex Teatro Verdi di Ferrara. Protagonisti del progetto i partecipanti al corso “Mestiere delle Arti” guidati da Andreco. Mi interessano le relazioni all’interno del gruppo, i diversi modi di vedere e pensare lo spazio, la divisione di compiti e come questi si sono articolati in un processo che ha portato a delle scelte formali e di contenuto.

Intrepida è stata una riapertura straordinaria al pubblico dell’ex Teatro Verdi di Ferrara, progetto costruito a più mani e più teste in cui tutti hanno contribuito con le proprie competenze professionali: artisti, fotografi, architetti e ingegneri, designer, scrittori e storytellers. La forza del gruppo è stata quella di unire le forze dei singoli orientandole allo scopo finale. Andreco ha saputo orchestrare al meglio tutte le voci.  L’ex Teatro Verdi ha richiesto uno spirito di progettualità collettiva, capace di sostenere quella forte connotazione storica con cui ci siamo scontrati. Abbiamo dovuto tener conto del futuro dello spazio che diventerà un laboratorio aperto alla cittadinanza con una gestione che sarà affidata tramite bando pubblico; l’idea è stata quella di dare una suggestione sui suoi futuri possibili. Intrepida si è inserito in questo momento intermedio. Immaginando che la natura, tenendo conto della sua indole e resilienza, si riappropriasse del luogo, abbiamo voluto porre al centro della vecchia platea un giovane albero di betulla, attorniato da una foresta di tubi innocenti; una volta posizionato si è innalzato un forte odore di terra dalla zolla, sembrava che fosse cresciuta lì. La forza del gruppo ha permesso di superare l’autorialità del singolo e l’azione che ha portato alla riattivazione dello spazio è stata a tutti gli effetti una performance corale. Andreco ci ha avvicinati alla performance portando al centro della discussione il senso della nostra azione e mettendo in atto una serie di esercizi preparatori che hanno coordinato le nostre menti e i nostri movimenti. La mattina prima di entrare in teatro andavamo al parco per fare yoga prendendo contatto con la natura e con il nostro corpo, questo ci ha reso più consapevoli. Del resto eravamo in un ex-teatro e non potevamo sottrarci dal mettere in atto un’azione.

 

Intrepida, 2018, Ferrara, ph. Silvia Sartori

 

La condivisione di idee, l’incontro e il dialogo tra professionisti all’interno di una rete impegnata in qualcosa che va oltre all’autorialità del singolo a favore di un progetto dai risvolti sociali, politici ecc., porta sicuramente nuovi e importanti stimoli. Mi parli del tuo ritorno in studio presso il Collegio Artistico Venturoli di Bologna? Credi che gli stimoli raccolti dall’esperienza appena conclusa saranno oggetto di nuove riflessioni, indagini e sperimentazioni? Mi hai raccontato del bisogno di perseguire un lavoro di ricerca più personale, intimista. Tangenze tra i due percorsi?

Il Collegio Venturoli è il punto di partenza per ogni mio lavoro, il luogo dove si sedimentano e maturano le idee e in cui ho intessuto il confronto con gli altri artisti in residenza. È un punto di riferimento che ha determinato la mia crescita artistica, assecondando ogni mia vocazione. Lavorare in gruppo è sempre stato naturale e anche l’esperienza di Intrepida ha favorito il confronto tra persone con diversi background rispetto alla mia formazione. La diversità ha permesso di mettere in campo le competenze di ciascuno, mantenendo una visione globale. Vedere l’impegno del singolo all’interno del gruppo mi ha permesso di percepire il pragmatismo del loro fare e al contempo la freschezza del pensiero di ciascuno e accoglierlo nel mio. Mi piace essere mutevole, continuare a fare ricerca sia nei contenuti che nelle metodologie di lavoro. Da ogni esperienza breve come quella dei workshop mi piace conservare il rapporto umano con le persone, coltivandolo nel tempo sperando sempre in un incontro futuro. Intrepida ha lasciato un segno di intenti perché tutti noi siamo riusciti ad allinearci mantenendo la nostra identità senza presunzioni. Ora sono ritornata nel mio studio e ho ripreso i lavori con il disegno: una serie di autoritratti che raccontano tutte le azioni che ho immaginato, messo in atto negli ultimi mesi­ e che fanno parte del mio ultimo lavoro e dell’universo di Lovesong. Questa scelta risponde all’esigenza di portare avanti una ricerca personale e intimista, in controtendenza ai lavori precedenti. Credo che una strada non escluda l’altra: il confronto con gli altri è costante, tra amici, ma anche con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti, dove ora sono assistente alla didattica per il Biennio di Scultura. Ho alcuni progetti per i prossimi mesi, tra cui la mia prima personale nella quale sarò a stretto contatto con il lavoro di altri artisti che sono entrati nel mio immaginario e fertilizzano i miei pensieri. Let’s see!

 

Barbara Baroncini, Lovesong, 2017-2018

 

Barbara Baroncini, Lovesong, 2017-2018, richiamo per allodola, incisione, ed. 4

 

Barbara Baroncini, Autoritratti, 2018, inchiostro su carta