Talk con Danilo Correale

febbraio 2018, Clara Scola

 

La redazione incontra l’artista Danilo Correale (Napoli, 1982)

A cura di Clara Scola

 

La dimensione del sonno come oggetto di studio e di ricerca; qual è stato il percorso che ti ha portato a esplorare questo campo d’indagine?

Sono sempre stato affascinato dal tempo e da come la percezione di questo cambi in relazione alle condizioni e alla cultura dominante, in particolare mi ha sempre interessato il tempo del lavoro e di conseguenza il tempo del non lavoro; quei tempi definiti morti, tra due azioni. Esistono due modi radicalmente differenti di osservare il tempo del sonno uno – che credo ponga molti più interrogativi – che considera il sonno come spazio dove si innesca un processo di soggettivizzazione, e un altro che considera il sonno come l’interruzione di questo. In entrambi i casi credo che la mia curiosità sia innescata da un’osservazione fenomenologica del sociale, e in particolare dal modo in cui la società tardo capitalista si relaziona alla notte come tempo produttivo.

 

NO MORE SLEEP NO MORE, HD video, 240 min. 2014/2015

 

Che cosa intendi quanto parli di “sonno politicizzato”?

Politicizzato almeno quanto altre attività apparentemente banali della vita quotidiana. I processi di estrazione di valore tipici del modello sociale dominante in cui viviamo hanno catturato tutti gli aspetti della vita. E questa non credo sia una visione che debba produrre paranoia ma piuttosto aiutarci a capire come creare nuove armonie con le possibilità offerte dalla tecnologia, o impararne la grammatica e opporsi a essa quando diventa disfunzionale.

 

Las Vegas è per antonomasia la città che non dorme mai. Cosa ne pensi?

Las Vegas come New York, Pechino o Hong Kong. Nella metropoli contemporanea non esiste più il “locale”, proprio per questo parliamo di città globale. Las Vegas è forse la periferia nord di New York, dove il simulacro del desiderio è ancora malinconicamente rappresentato dalla luce intermittente, stroboscopica, incessante e abbagliante.

 

In risposta a Ludovica Capobianco, hai scritto per Artribune che l’esperienza immersiva delle opere che hai portato in At Work’s End (Art in General, New York 2017), vogliono provocare una reazione, suggerire un esercizio di immaginazione. Credi che l’uomo contemporaneo abbia bisogno di stimoli per alimentare la propria facoltà immaginativa?

Siamo il risultato di un insieme di forze politiche e culturali dominanti che ci governano. L’immaginazione deve essere sempre più stimolata. Non credo in un’estetica del turbamento o dello shock che sia esso visivo, culturale o politico, credo sempre di più nel ritorno del sublime, nell’esigenza di opere che ci facciano desiderare di passare tempo con esse, di fermarsi a contemplarle, quindi di immaginare.

 

At Work’s End, New York, 2017

 

Anticipazioni su lavori in divenire?

Sto lavorando a un grande progetto sul cinema e sulla riscrittura della storia che presenterò in diverse location Europee, e non solo, tra la fine del 2018 e il 2019.