Talk con Francesca Ceccherini

febbraio 2018, Alberto Ceresoli

 

La redazione incontra Francesca Ceccherini

a cura di Alberto Ceresoli

 

Ciao Francesca. Sono trascorse alcune settimane dalla tua permanenza in India e dal nostro primo contatto: ora che sei in Italia, vorrei farmi raccontare dove sei stata e in che cosa ti sei impegnata. Due parole sull’esperienza che hai appena concluso?

Ciao Alberto, eccomi finalmente. Il rientro dall’India ha preteso un tempo d’assestamento, un momento forse necessario di spaesamento e riflessione, che è facile chiamare “mal d’India”. L’anima di questo paese offre esperienze totalmente inaspettate a coloro che vi giungono da Occidente, che attraversano la pelle e iniziano a scorrerti nel sangue. Questo è uno dei motivi per cui, nonostante la complessità e le sue contraddizioni, non vorresti mai più lasciarla.  Nel 2017 sono stata selezionata per una residenza di un mese all’interno del Curatorial Program di Art Junction Residency a Udaipur, in Rajastan. Un luogo accogliente e famigliare, sito in una delle città più belle del Nord dell’India, in cui ho avuto modo di conoscere diversi artisti locali, di visitare i loro studi e i progetti, di partecipare ad un festival dedicato alle arti visive, alla danza e al teatro (che in India per tradizione sono discipline inseparabili) e di avvicinarmi all’ambiente accademico attraverso la Facoltà di Arte dell’Università. Tutte queste esperienze si sono poi accompagnate con viaggi attraverso molte città – raggiunte in moto, in bus, in auto, in cammello e in treno – e, cosa non da poco, con molti momenti di studio e confronto. Da diversi anni desideravo conoscere questo paese, le sue culture e i suoi orizzonti per me ermetici: così un giorno decisi di mettere insieme la passione per i viaggi e la mia ricerca professionale… Oggi posso dire che il risultato sia stato profondamente significativo. Vivere l’India nelle sue case e negli spazi della vita quotidiana, lontana da itinerari turistici e, soprattutto dai turisti stessi, credo sia una delle opportunità più belle che la residenza mi abbia offerto, resa ancor più preziosa dall’avere avuto compagni di viaggio speciali, gli artisti. Il tempo trascorso insieme è stato d’integrazione e scambio. Alla fine credo di aver vissuto realmente come un residente, imparando a cucinare i loro cibi, squisiti, mangiandoli con le mani, convivendo con le mucche fuori dalle porte, le scimmie per le strade, rispettando i tempi diluiti, rendendo normali azioni che qui consideriamo folli, …e, osservando necessariamente con occhi indiani. Credo nessun paese al mondo, tra quelli che ho avuto l’opportunità di visitare sino ad ora, sia stato in grado di offrirmi un punto di vista così alternativo sulla realtà e su ogni aspetto della vita umana.

 

Mi sono imbattuto in tue pubblicazioni, scritti e fotografie che hanno colto il mio interesse. Leggendoti su Exibart.com mi sono fatto un’idea sulla progettualità di Art Junction Residency: il team dell’organizzazione, in dialogo con gli artisti invitati in residenza attiva pratiche partecipative finalizzate ad incoraggiare la conoscenza di bambini e famiglie.
Come si definisce questo scambio tra artisti e comunità coinvolte?

La progettualità a cui fai riferimento è Sowing Seeds, attiva dal 2009 con la finalità di sensibilizzare le comunità che vivono nelle periferie delle città del Nord attraverso l’arte. I progetti, che coinvolgono ogni anno artisti e autori da ogni parte del mondo, si realizzano all’interno dei villaggi, nuclei di persone che vivono in piccole capanne, che si spostano a piedi scalzi tra le esili strade di terra e che spesso non hanno accesso alcuno all’educazione. Qui, la tradizione legata al culto induista e al sistema castale ha profondamente scolpito gli ideali degli abitanti, costretti a sposalizi precoci in età infantile o adolescenziale e a seguire senza interrogativi le orme professionali dei genitori. Ai giovani è negato qualsiasi sviluppo delle attitudini personali. Il risultato di Sowing Seeds sta dunque nella collaborazione attiva degli artisti con gli abitanti, le donne e i bambini con particolare cura, coinvolti nella realizzazione di opere partecipative avviate ogni volta in un villaggio differente, con l’obiettivo di creare opportunità di scambio, di generare occasioni di conoscenza, apertura e libertà di espressione. Insieme al team, e all’artista Lalit Choudhary, quest’anno ho curato il workshop YV con l’obiettivo di riflettere, attraverso l’uso sul corpo, su temi quali l’uguaglianza e la parità di genere: i pigmenti color giallo e viola hanno reso possibile una performance collettiva alla quale hanno preso parte 50 bambini di Baganda Village.

 

YV_Lalit Choudhary a cura di Francesca Ceccherini_Baganga Village 2017-18

 

Chi sono gli organizzatori di Art Junction Residency? Quando e come è nato il progetto?

Il progetto nasce dal desiderio di creare occasioni di accoglienza e relazione. Il direttore di Art Junction Residency è Chiman Dangi, artista, attivo anche nell’organizzazione di Sowing Seeds e docente del fellowship presso l’Università di Udaipur. La residenza, che esiste dal 2014, ha accolto artisti soprattutto dall’Europa: si svolge all’interno di una casa in cui sono a disposizione degli ospiti alcuni spazi, tra stanze, una piccola cucina e uno studio affacciato sulla terrazza. Il team di Art Junction organizza incontri, crea occasioni di dialogo, produce il lavoro dei residenti – mettendo a disposizione professionisti locali, materiali e attrezzature – e organizza spostamenti verso altri luoghi. Il piacere di viaggiare insieme è una prerogativa che li caratterizza. La scelta di aprire uno spazio privato ad artisti e ricercatori è la mission forse più intrigante, un’occasione per chi arriva di entrare realmente nella logica della cultura e della vita indiana. Chiman è un’attivista, tale sensibilità si riscontra anche nel suo lavoro (performance e azioni che riflettono sui temi della disuguaglianza, del rispetto alla vita, ancora manipolata dal sistema castale, e alla natura, inficiata da una sporcizia dilagante); è persona anticonformista rispetto alle convenzioni indiane, conosce da vicino la vita di coloro che vivono nei villaggi provenendo lui stesso da tale realtà. Per questo Chiman è impegnato nella divulgazione del sapere attraverso la sua pratica artistica, l’insegnamento e, con il team che lo segue, attraverso l’accoglienza calda e famigliare in Art Junction. Un’anticipazione: la residenza si sposterà presto in una farmhouse, ora in costruzione, sita proprio nel centro del Baganda Village. L’ho visitata, è un luogo speciale…

 

L’impegno dell’organizzazione viene riconosciuto dalle amministrazioni indiane?

No, per ora. Ma chissà un giorno… l’arte è capace di esiti inaspettati. Intanto, Sowing Seeds!

 

Persone che vorresti ricordare in questa intervista? Ma soprattutto, per concludere, mi racconti di un’artista del luogo e del suo lavoro?

Jetpur ke chalis sapne – 40 sogni di Jetpur Village” è uno dei lavori per me più sottili che ho avuto l’occasione di conoscere durante il mese in residenza. L’autrice è Shweta Bhattad, donna e artista classe 1984 (Nagpur, India), che nel 2012-13 ha lavorato con le donne del villaggio di Jeptur. Utilizzando le tipiche forme di sterco di vacca, dischi compatti e resistenti che dilagano tra le strade urbane e suburbane, (e stiamo parlando di feci d’animale di una certa matericità), Shweta Bhattad ha chiesto a 40 donne, che vivono in condizioni di povertà e analfabetizzazione, quali fossero i loro sogni e cosa avrebbero desiderato essere nella propria vita e nel proprio futuro. Per ognuna di loro l’artista ha destinato un disco di sterco imprimendo la loro impronta del piede e, in corrispondenza, il piccolo biglietto a memoria del sogno espresso. 40 desideri, 40 pensieri, 40 sogni che formano una piccola base, per crescere, per ricordare la necessità di lottare …

 

Jetpur ke chalis sapne_Shweta Bhattad_Sowing Seed 2012-13 India