Talk con Pierpaolo Lameri

febbraio 2018, Alberto Ceresoli

 

Talk con Pierpaolo Lameri

La redazione incontra Pierpaolo Lameri

 

Il 20 gennaio ha inaugurato il progetto di mostra Invisibile presso l’Ex Carcere di Sant’Agata in Città Alta (BG). Invisibile è la restituzione di un processo che ti ha visto impegnato per un periodo di sei mesi all’interno di ExSA. Come si è articolato il lavoro nei mesi che hanno preceduto l’apertura della mostra?

Sono entrato per la prima volta nell’ex carcere di S. Agata nell’estate del 2015, grazie a una visita organizzata dall’Associazione Maite guidata da Pietro Bailo, l’attuale presidente. Siamo entrati da un portone in via del Vàgine e, dopo aver visitato l’intero edificio, attraverso il cortile dell’ora d’aria e salendo una lunga scala, siamo arrivati alle celle d’isolamento, un tempo abitate dai monaci e ora dimenticate, esposte agli agenti atmosferici, che lentamente sgretolano ogni cosa e cancellano ogni memoria.
La severità e il buio del lungo corridoio cieco, costringevano me e il gruppo di visitatori al dovere del rispetto. Il nostro silenzio lasciava spazio all’immaginazione, alla memoria delle voci e dei rumori delle persone che in questi luoghi avevano abitato, per scelta o per costrizione. Intuivo che i muri, sgretolandosi, lasciavano trasparire piccoli frammenti di colorazione, forse decorazioni dei Monaci, e innumerevoli sovrapposizioni di stucco, rappezzi e tinteggiature, che mascheravano il fitto intersecarsi d’incisioni, scritte, graffi, segni e disegni eseguiti dai carcerati. All’interno delle celle le incisioni pervadono ogni tipo di superficie: pareti, soffitto, portoncino, letto. Le superfici dell’involucro della cella erano tutto ciò di cui disponevano i carcerati: il loro isolamento e la loro possibilità di espressione, di lasciare una traccia, una protesta, un saluto, un’affermazione, un ricordo di sé. È in quel momento che ho iniziato a pensare che le azioni disperate e perdurate nel tempo di questa umanità rinchiusa meritavano di avere voce e luce. Immaginavo un intervento che le rendesse visibili in modo rispettoso, che garantisse la possibilità dell’invisibilità con la quale mi si erano manifestate, nel rispetto della sofferenza di chi le aveva prodotte. Ma che anche rigenerasse gli spazi senza troppo timore, con una trasformazione violenta, repentina e contemporaneamente temporanea, rimediabile. Ho iniziato a lavorare quando ho avuto il benestare dell’Accademia di Belle Arti di Carrara e quando il Comune di Bergamo mi ha messo in contatto con l’Associazione Maite, che ha garantito l’accesso ai locali e ha partecipato al finanziamento del progetto. Ho deciso di lavorare a ritmi serrati, anche dormendo nella cella, per sentire l’umidità, il freddo, la superficie delle pareti, per cercare di capire il luogo e chi l’aveva vissuto, per cercare di dimenticare la ragione della mia presenza. E ho deciso che avrei tenuto un diario di bordo, che avrei documentato il lavoro con videocamere. Ho pulito gli ambienti, ho reso percorribili gli spazi e ho installato impianti d’illuminazione a Wood, che mi avrebbero permesso di rendere visibile all’occhio umano la vernice che avrei utilizzato. Cella dopo cella ho riscritto ogni graffio visibile, stendendo l’invisibile vernice all’interno del solco creato dall’incisore originario, ripassandolo fedelmente e rispettosamente in ogni dettaglio. Ho passato settantasei giorni all’interno delle celle lavorando spesso fino a notte fonda. Operando attraverso principi come la riscrittura e la riscoperta, azioni che accomunano professioni come l’archeologo o l’amanuense, ho utilizzato luci, ombre e colori, per un’operazione capace della prepotenza della luce e della discrezione del buio.

 

 

Quali i pensieri, le paure, le aspettative che ti hanno accompagnato durante la formalizzazione dell’opera?

L’idea dell’opera si è presentata come un flash, come una visione. Un attimo creativo di breve durata; poi c’è stata la fatica del lavoro, che doveva dare forma visibile all’idea. È nel silenzio del lavoro che si manifestano entusiasmi e aspettative, dubbi e paure. Il tempo passato da solo mi ha esposto a un confronto costante con il vuoto degli spazi. Ho creduto di sentire le energie che lo hanno attraversato, i desideri, le paure, le ansie e i pentimenti dei detenuti. Ci ho provato! Un tentativo costante di identificazione. Alcune delle scritte che ho ripassato erano deliberatamente cancellate, probabilmente dagli stessi autori, che forse non desideravano fossero lette. Allora perché le stavo ripassando? Cosa penserebbero del mio lavoro le persone che hanno abitato questi spazi? Quanto le loro opinioni devono interferire con il mio lavoro? Ma non è invece il loro lavoro? Cosa penseranno i visitatori, se mai ce ne saranno? Cosa ne sarà di questi ambienti e del progetto Invisibile? Dubbi e domande accompagnano e sostengono l’evoluzione del lavoro, a volte rischiano di metterlo in crisi, ma forse questa contraddizione fa parte di ogni processo. Forse ogni dubbio lo arricchisce e lo determina. Spero che questo lavoro possa sensibilizzare rispetto al tema della reclusione e che sia uno stimolo per una futura riqualificazione degli spazi, in armonia con il luogo e il suo significato.
Mi piace pensare che l’intervento possa essere un pretesto per promuovere approfondimento e dialogo.

 

Tra le incisioni, i segni e le scritture sulle pareti delle celle d’isolamento in cui hai lavorato, ti sei imbattuto in una frase, una preghiera, un’immagine, un nome che ti ha particolarmente suggestionato o che è stato oggetto di grande sorpresa?

Sono molte le incisioni che mi hanno colpito. Il conto di migliaia di giorni nella cella due. La data della morte del detenuto incisa nel davanzale di pietra della cella uno, accompagnata da teschio e croci. Incisioni dedicate alle proprie amante. Incisioni che testimoniano la paura della morte e che raccontano del pentimento e di una nuova coscienza. Le scritte datate, che ancora non ho decifrato, nella cella sei. Una croce fiorita che si sta sgretolando nella cella tre. Due santi in scala reale nella cella cinque, come la rappresentazione di compagni di cella. Coperte da molti strati di intonaci, strane decorazioni che nascondono l’incisione di una figura demoniaca che porge la mano a una donna inginocchiata. E i portoncini in legno delle celle, oggetto di un particolare accanimento, la testimonianza della prova cui era sottoposta la ragione dei segregati. Anche questo mi ha suggestionato: l’espressione della rabbia. Ma più delle singole incisioni, del contenuto dei singoli messaggi, che l’opera nasconde con pudore nella sovrapposizione originaria che le rende difficilmente leggibili, credo che la suggestione più intensa sia proprio nella dimensione e nella ripetizione dei gesti. Nell’isteria o nella noia che li hanno prodotti.

 

 

L’installazione ha fatto da scenografia al video Prisoner 709 di Caparezza. Quali dinamiche di collaborazione si sono attivate con il cantautore, rapper e produttore discografico italiano?

La collaborazione si è attivata in seguito a un incontro tra Pietro Bailo e i producer del video musicale Prisoner 709 di Caparezza, in visita a ExSA dopo sopralluoghi in altri carceri abbondonati in Italia. Credo fossero entusiasti. Della disponibilità di Pietro e dell’Associazione Maite, della qualità degli spazi, e della presenza di un’opera sul tema della detenzione. Io ero a Carrara. Pietro mi avverte con un sms che un’artista italiano vuole utilizzare il carcere e l’istallazione come scenografia per un nuovo video musicale. All’inizio ero spaventato e infastidito. Stavo lavorando da settimane in silenzio e solitudine. Vivevo questa novità come un’inutile intrusione. Poi ho saputo che l’artista era Caparezza e che il brano da mettere in video aveva come tema proprio quello della reclusione. Ho capito che il video poteva tenere insieme musica, parole e opera, che era un’occasione di reciproco arricchimento. Così ho partecipato a tutte le attività necessarie. Tre giorni di lavoro tra allestimenti e riprese. Sono contento di aver partecipato a quest’avventura, di averne fatto parte attivamente, di aver conosciuto Michele, i pruducer Tommaso e Andrea, lo scenografo Pigi Bosna e tutti i ragazzi che hanno lavorato. Sono contento di aver vissuto l’emozione del set, della realizzazione degli scenari e degli oggetti necessari. E sono contento di aver incontrato Caparezza. Avrei preferito un confronto più approfondito sul rapporto fra contenuti dell’opera e significato del video. Non ce n’è stato il tempo ma è comunque stato un incontro sincero e piacevole. L’opera e l’autore sono citati nei credits del video ufficiale Youtube ma mi spiace un po’ che, quando si parla e si scrive del video di Prisoner 709, raramente viene citata l’opera e la collaborazione con l’autore. Ho letto persino apprezzamenti ad Invisibile come fosse un lavoro dei producer, senza trovare smentite o precisazioni. Piccole delusioni, piccole disattenzioni, che forse fanno parte del gioco.

 

 

Molte le persone con cui hai costruito un dialogo: l’Accademia di Belle Arti, le Associazioni del territorio, l’Amministrazione comunale, artisti e operatori culturali. Ci parli di questo continuo scambio che ha accompagnato il tuo percorso negli ultimi mesi?

Per poter realizzare l’opera ho dovuto presentare un progetto all’Accademia di Belle Arti di Carrara, che lo ha approvato certificando che l’intervento non avrebbe provocato danni o modifiche irreversibili agli spazi. Il progetto è stato poi presentato all’Ufficio Patrimonio e all’Assessorato alla Cultura del Comune di Bergamo e a Maite, che ha concesso l’uso del luogo e il proprio supporto nella realizzazione dell’opera. C’è voluto qualche mese per iniziare! Inoltre, con il fine di costruire un lavoro che mirava al confronto e alla partecipazione di una rete territoriale allargata, ho cercato di coinvolgere Associazioni, volontari del carcere Gleno di Bergamo, scrittori, filosofi, operatori culturali, artisti, amici, volontari… Certamente dimenticherò qualcuno, ma devo ringraziare per il supporto, per l’aiuto e per la fiducia Maite, Pietro Bailo, progetto ExSA, il Comune di Bergamo, l’Accademia di Belle Arti di Carrara e la Cooperativa Citta Alta. E per la pazienza con la quale mi hanno sostenuto, Simonetta Fiaccadori, Paola Algarotti, i miei genitori, mio fratello Edoardo, Mbaye Fame, Adriana Lorenzi, Caparezza, Andrea Vetralla e Lebonski srl, tutti quelli che hanno fatto o faranno parte del progetto e gli sponsor che hanno contribuito alla realizzazione.

 

L’attraversamento delle sei celle d’isolamento che ospitano l’installazione, porteranno il visitatore a vivere un’esperienza immersiva e fortemente emotiva. Quali credi che saranno le reazioni del pubblico?

Difficile dirlo. Ci sono le celle e i corridoi. E c’è l’opera, che trasforma le celle con una nuova superficie luminosa, che si lascia vedere solo come fatto eccezionale. Credo che le emozioni e le reazioni del pubblico saranno molteplici, forse contrastanti o contradditorie. Saranno certamente e strettamente legate alla sensibilità di ognuno, sia per quanto attiene la percezione del significato simbolico dell’opera sia per quanto attiene la percezione del vissuto dei detenuti. Ogni visitatore coglierà lo spazio, il luogo, il significato in modo totalmente diverso, personale, intimo e soggettivo. Spero che in ognuno dei visitatori resti il ricordo di un’immagine, un pensiero, un dubbio.

 

Il carcere è stato chiuso nel 1978. Hai pensato di metterti in contatto con i detenuti di quegli anni?

Si, ci ho pensato. È una delle porte che il progetto ha lasciato aperte. Alcuni dei detenuti di allora sono ancora in carcere, in via Gleno, trasferiti proprio in seguito alle proteste degli anni ‘70. Alcune persone, scarcerate da tempo, hanno confessato a Pietro, durante le visite guidate nelle celle d’isolamento, di essere stati imprigionati proprio qui, in queste celle. Insieme a Maite stiamo cercando la via per stabilire, con molta cautela, una relazione di dialogo per raccogliere testimonianze e racconti che diano altra luce alla lunga storia scritta all’interno di questi spazi.

 

Il tuo intervento e la restituzione alla cittadinanza hanno portato in superficie narrazioni, storie, tracce di chi questi luoghi li ha abitati. Che cosa accadrà a questi spazi?

Oggi non sono sicuro del loro destino. Recentemente sono stati assegnati il piano d’isolamento e altri spazi del carcere significativi per la memoria della città alla Cooperativa Città Alta. Per ora la Cooperativa ci ha dato il permesso di utilizzare gli spazi fino a marzo 2018, per proseguire con il progetto, renderlo pubblico e costruire un dialogo con la città. Ho sentito dire che il piano d’isolamento è destinato a diventare il magazzino del Circolino ma spero siano solo voci. Mi piace pensare ad un recupero complessivo degli spazi, nel rispetto della memoria delle persone che lo hanno vissuto. E magari anche nel rispetto dell’opera. Mi piace pensare che Invisibile possa essere uno stimolo per progettare la conservazione del luogo, il primo di un concatenarsi di iniziative che spero di poter accompagnare.

 

Declinare la tua pratica artistica all’interno delle celle d’isolamento del carcere, ha definito la costruzione di un progetto site-specific, presentato al pubblico attraverso l’apertura di ExSA. Credi che il progetto potrebbe avere un seguito?

Opera e spazio in questo progetto sono legati indissolubilmente, più che in altri lavori in situ. Qui l’opera è il luogo stesso. Pur essendo in qualche modo virtuale è profondamente e fisicamente incisa nelle superfici dei luoghi. Non può essere decontestualizzata. Quindi sarà impossibile da riproporre in altro luogo, se non in altra forma. Forse potrà essere utilizzato il materiale filmato durante l’esecuzione, che testimonia del lavoro fatto, oltre che del risultato, e che potrebbe inserirsi come installazione in un progetto di mantenimento e valorizzazione della struttura e delle molteplici memorie che custodisce.

 

 

Che cosa ti aspetta a Carrara dove vivi e lavori? Piani per il futuro?

Sono arrivato all’Accademia di Belle Arti di Carrara sette anni fa, dopo aver studiato al Liceo Artistico Statale di Bergamo, dove è nata la mia passione per la scultura. Qui ho continuato a studiare scultura, ho imparato a lavorare materiali diversi, a usare gli attrezzi del mestiere, a confrontarmi con forme e contenuti inaspettati. A Carrara studio e lavoro in un laboratorio che mi ha messo a disposizione la famiglia Figaia, proprietaria dell’omonima ditta storica specializzata nell’estrazione e lavorazione di marmi e graniti. Devo molto alla Famiglia Figaia. In laboratorio proseguo la mia ricerca e faccio piccoli lavori di artigianato con i quali mi mantengo: falegnameria, restauro, progettazione e realizzazione d’interni. Spesso collaboro con Paola, la mia ragazza, che mi aiuta e mi sostiene sempre. A febbraio dovrei laurearmi. Sono molto legato a Carrara, alle sue pietre, alle cave, alla sua gente. Ma credo che, concluso il percorso di studi e terminati i lavori in corso, cercherò di iniziare un nuovo capitolo.

 

 

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Il progetto di mostra Invisbile è aperto al pubblico nelle date 10-11 febbraio, 3-4 marzo, 24-25 marzo nelle fasce orarie 10.00-13.00/16.00-19.00

ExSA – Ex Carcere di Sant’Agata,  Vicolo Sant’Agata 6, 24129 Città Alta (BG)

www.bludiprussia.org/invisibile-pierpaolo-lameri/