Tappa 1 > Bergamo-Bologna (Residency)

luglio 2018, Alberto Ceresoli

 

Il progetto di residenza Tappa 1 > Bergamo-Bologna (Residency) si è costruito su una visione curatoriale che prende forma attraverso un continuo dialogo con gli artisti e attraverso il confronto e la condivisione di percorsi di ricerca tra organizzazioni impegnate nella promozione della pratica artistica delle nuove generazioni.

Come prima tappa di un percorso che auspica ad articolarsi nel tempo attraverso la visita di altre città italiane, con il sostegno della Fondazione Collegio Artistico Venturoli e con l’impegno organizzativo dell’artista Barbara Baroncini, si è disegnato un calendario che mi ha visto impegnato per 4 giorni in un scambio con artisti, galleristi, curatori, animatori di progetti e spazi attivi sulla scena bolognese.

I quattro giorni di residenza si sono articolati con studio visit agli artisti Nicola Amato, Barbara Baroncini, Vittoria Cafarella, Flavio Pacino, Aurora Montecchio e Giulia Poppi. Le giornate dell’Opentour dell’Accademia di Belle Arti hanno agevolato la mia visita in gallerie come la Otto Gallery, la P420 Arte Contemporanea, CAR e la G.A.M. – Galleria d’Arte Maggiore. Non è mancata la visita a spazi indipendenti come Adiacenze, Localedue, Porto dell’Arte, SottoSuolo, Casa Dalla Volpe, Spazio Lavì e l’incontro con i direttori artistici Amerigo Mariotti, Irene Angenica, Alessandra Brown e Clara Andrès. Fuori programma le piacevoli chiacchierate con gli artisti Mina Azmoodeh, Ilaria Minelli, Christian Offman, Francis Offman, Simona Paladino, Agata Torelli e Niccolò Benetton dei The Cool Couple in mostra al MAMbo per That’s IT! Sull’ultima generazione di artisti e a un metro e ottanta dal confine.

Con il fine di perseguire un dialogo con gli stessi e a restituzione dei 4 giorni di residenza, ho creduto significativo riportare con questa pubblicazione dei piccoli scambi telematici, avvenuti nelle settimane a seguire, che hanno l’intento di raccontare pratiche di ricerca e di portare in superficie spunti che sono stati oggetto di riflessioni condivise.

 

20.06.2018 – ore 14.30 / Studio Visit a Vittoria Cafarella. Via Porta Mascarella (Bologna)

Durante il nostro incontro, che ha segnato l’inizio delle mia residenza a Bologna, mi hai parlato di quanto sia importante per te “stare dentro il processo creativo”, con i turbamenti che questo comporta. Me ne parli?

Credo che il tema emerso nella nostra conversazione sia “trattenersi” nella crisi del processo creativo. Considerando che la ricerca artistica è un susseguirsi continuo di domande e ricerche di soluzioni, mi pongo rispetto al lavoro nei termini di esibizione di un processo incompiuto e, soprattutto, restituzione dell’esperienza di una “crisi”. La crisi può essere intesa come difficoltà, incertezza, disorientamento ma è anche il punto di maggior apertura alla possibilità, e comporta il cambiamento di una condizione che, inevitabilmente, non tornerà allo stato antecedente. Tenere conto di questo aspetto come parte integrante di un progetto è fondamentale nella mia pratica. A tal proposito ho recentemente dato spazio all’interno del mio studio ad una cellula dal nome Nylon con l’intenzione di condividere quell’aspetto della ricerca in cui problemi tecnici e concettuali si rincorrono, attraverso cicli stagionali di workshop e laboratori teorico-pratici che vengono tenuti da svariati artisti per un numero limitato di partecipanti. Grazie Alberto, spero di ritrovarti presto per un’altra lunghissima chiacchierata!

 

Vittoria Cafarella_Quello che vedo quando smetto di cercare_exhibition view, RG_2015

 

20.06.2018 – ore 18.00 / Incontro con Ilaria Minelli. Birra offerta da P420 Galleria d’Arte (Bologna)

Poche ore prima della nostra piacevole chiacchierata mi sono imbattuto in tuo lavoro esposto per il progetto di mostra Ex centrico presso la Galleria Otto Arte Contemporanea. Una scure con piume di struzzo si mostrava appoggiata a parete accanto ad un pannello disegnato di grandi dimensioni. Leggendo in seguito il tuo portfolio, ho notato che questi elementi sono oggetto della tua ricerca artistica più recente. Di che cosa si tratta?

L’interesse per questo genere di installazioni è nato in Accademia, attraverso alcune sperimentazioni allestite nell’aula del professore e artista Luca Caccioni. In Accademia ho allestito tre coltelli da cucina con la lama coperta da dei foderi che avevo ricavato ritagliando e cucendo insieme della stoffa proveniente da alcuni peluches. Questi tre coltelli sono stati collocati in un unico allestimento sotto a tre grandi disegni, tra cui quello allestito in seguito presso la Galleria Otto, in occasione della mostra Ex centrico. Sono lavori diversi, disegni ed oggetti, ma che gravitano tutti intorno alla stessa poetica. Entrambi i mezzi utilizzati parlano di rassicuranti bugie e di un’altra dimensione, più mentale che fisica, portata in superficie attraverso la proposta di elementi discordanti: gli incidenti “impossibili” negli autoritratti a matita (un pitone che si stringe attorno al collo di una persona che non ne ha mai visto uno dal vivo) e i materiali candidi, che censurano la natura stessa degli oggetti, celando allo spettatore la loro pericolosità. Un paradosso visivo.

 

20.06.2018 – ore 19.30 / Incontro con Agata Torelli. P420 Galleria d’Arte (Bologna)

L’opera video Luana (2017), realizzata in collaborazione con Gabriele Gaburro all’interno di una residenza alla Fondazione Baldi di Pelago (FI), è stata esposta durante l’Open Tour alla galleria P420. Al centro dell’esperienza in residenza una riflessione sul ruolo dell’isolamento nella formazione dell’artista: quando è utile che l’artista si isoli dal resto del mondo? Quando è il momento di rientrare? Hai trovato delle risposte a questi interrogativi?

Purtroppo risposte non ne ho trovate. La mia natura ipercinetica mi impedisce di sentire il beneficio del rilassamento dato dall’isolamento, e dunque preferisco e – credo – sempre preferirò la frenesia cittadina. C’è però un insegnamento, che dall’esperienza di Pelago porto con me come un appunto mentale. L’artista tende a fagocitare ogni esperienza che incontra, ogni stimolo che lo circonda – le frasi sconnesse dei passanti, la particolare luce delle sette di mattina, il colore indefinito di una porta –, ma fagocitare quasi mai corrisponde a digerire. E poiché la produzione artistica ha bisogno di un qualche tipo di digestione, ad un certo punto bisogna smettere di fagocitare. Bisogna fare l’elenco dei cibi ingeriti, e uno a uno capire il loro peso, la sostanza di cui sono fatti. Dopo averlo fatto si può decidere cosa è nutriente e cosa tossico, e quest’ultimo vomitarlo al più presto. Tale operazione può essere fatta solo al riparo da altri stimoli, il che è praticamente impossibile perché per un artista non esiste luogo privo di attrattiva. Esistono però situazioni privilegiate in cui gli stimoli esterni non pretendono di essere fagocitati, ma si accontentano di accompagnare, abbracciare, sostenere il corpo e la mente nel corso della digestione. Ecco, a questo forse serve l’isolamento. La sua utilità si mostra quando lo stomaco è ormai pieno, ed è quindi fondamentale scegliersi un angolo di mondo della giusta dimensione per le proprie digestioni.

 

20.06.2018 – ore 21.30 / Incontro con Simona Paladino. P420 Galleria d’Arte (Bologna)

Ciao Simona. Dalla nostra chiacchierata sono emerse tre parole chiave: scultura, parola, spazio. Mi parli del tuo lavoro?

Una volta mi è capitato tra le mani un breve saggio sulla scultura: l’introduzione mi ha particolarmente colpita: «I prodotti della scultura sono corpi. La loro massa, consistente in materiali diversi, riceve la sua forma in modi molteplici. Il formare avviene nel modo del circoscrivere, come un includere e un escludere rispetto ad un limite. Entra così in gioco lo spazio. Esso viene occupato dalla figura scolpita, in quanto riceve la sua impronta come volume pieno, come volume che include zone vuote, come volume totalmente vuoto. Sono cose ben note e tuttavia cariche di enigmi.» [Martin Heidegger, L’arte e lo spazio]

Quest’immagine mi è rimasta impressa perché ribalta la concezione di scultura: la questione della forma diventa un problema di relazioni. L’attenzione si sposta dal manufatto a ciò che sta attorno ad esso. La scultura non è immaginata come forma monumentale cristallizzata nello spazio, né come prova di forza tra la materia e lo scultore, ma come enigma. Non è oggetto finito e rassicurante, appoggiato su una base per elevarlo a livello dello sguardo, ma, in qualche modo, sembra produrre un problema: smuove qualcosa e modifica il modo di interagire con l’ambiente e di fruire lo spazio. Nel tempo, la mia ricerca si è via via concentrata sempre più sullo spazio vuoto, piuttosto che sul pieno, sull’oggetto in sé. Credo che il mio lavoro sia essenzialmente scultoreo in questo senso: nella ricerca dello spessore minimo che alteri il normale ordine delle cose, che modifichi il rapporto di pieni e di vuoti (a favore dei vuoti). Gli ultimi lavori si concentrano sull’uso della parola: metto a fuoco un termine e lo colloco nello spazio. In forme molteplici (scritta, sonora o emessa verbalmente) la parola è isolata da un contesto discorsivo e diventa elemento sospeso, aperta a molteplici interpretazioni. Espressione nitida, in cui tutto sembra chiaramente dichiarato, ma che contiene in sé una densità di significati legati all’uso comune, figurato o etimologico della parola. Ad un piano linguistico si somma poi la specificità di ogni contesto, di ogni luogo in cui la parola si va a inserire, creando un ulteriore stratificazione di senso. Paradossalmente, resta qualcosa di irrisolto, di non detto. Ritorna dunque l’enigma, il tentativo di mettere in luce un’assenza, un vuoto che dà forma allo spazio.

 

Simona Paladino_Sospeso_exhibition view, P420 Gallery_2017

 

21.06.2018 – ore 10.00 / Studio Visit a Flavio Pacino. Caffè in Via delle Belle Arti (Bologna)

Dagli studi in Design della comunicazione e del prodotto presso l’ISIA di Firenze agli studi in Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Come si incontrano questi due percorsi di formazione nella tua pratica artistica?

Effettivamente prima di riuscire a farli convivere mi è servito del tempo. I miei primi lavori artistici cercavano di scacciare quella presenza invadente che è la funzionalità in un oggetto, per questo motivo i lavori installativi riflettevano più una sorta di esorcizzazione della funzione. Il processo di realizzazione è quindi passato attraverso una vera e propria fase di defunzionalizzazione per poi essere concepito libero da ogni retaggio. Tutto ciò per spiegare il fatto che all’inizio i due tipi di formazione sono entrati in contrasto cercando di prevalere l’uno sull’altro, ma successivamente questo binomio è andato collaborando. Se non avessi avuto nessun tipo di nozione sull’impiego dei materiali giusti, sulla fisicità della materia, le nozioni di statica e una determinata cultura visiva spaziale, il lavoro non sarebbe esistito o molto più semplicemente sarebbe esistito, ma sarebbe stato di natura differente.

 

Flavio Pacino_Sobre os ventos_Galeria Municipal di Leiria (Portogallo)_2018

 

21.06.2018 – ore 12.00 / Studio Visit a Nicola Amato. Caffè in Via delle Belle Arti (Bologna)

Ciao Nicola, ci siamo lasciati con una tua partenza prossima per il quartiere di Lunetta a Mantova. Mi parli dell’installazione pensata per il festival “Lunetta Arte Contemporanea”?

Ctoniophonie: ensamble for Lunetta è un’installazione sonora interattiva che sfrutta l’interazione dello spettatore, unita ad una mia azione performativa per ricreare suoni provenienti dal sottosuolo. Lo spazio viene scandito da sei lastre di alluminio in cui il fruitore è invitato a lasciare una traccia del suo passaggio, che può essere un segno, un’incisione, un disegno o una semplice percussione della stessa. Un sistema di microfoni a contatto rileva questa traccia, trasformandola in vibrazione che risuona su altre due lastre di alluminio (2,10×1,50 metri) tramite degli attuatori piezo-elettrici, dei dispositivi in grado di trasformare l’impulso elettrico in frequenza sonora, sfruttando la risonanza del materiale su cui sono installati. Le lastre sono state precedentemente patinate e affumicate come nel processo calcografico dell’acquaforte, dunque ogni traccia rimane impressa sul supporto e paleserà nuovamente la natura del materiale. Il risultato sarà una serie di opere collettive, segniche e gestuali, e un paesaggio sonoro in cui ogni gesto viene sovrapposto al silenzio mormorante presente nello spazio: il suono diviene materia, attraversa le geografie sonore e si palesa fisicamente in vibrazioni udibili prima col corpo, poi con l’udito. L’utilizzo del noise come forma astratta di composizione, che dai più può essere percepito come mero rumore, ha come obiettivo il crollo della nostra percezione su ciò che è musicale e ciò che non lo è, rimandandoci ad un immaginario primordiale e onirico, avvolgente ma allo stesso tempo conturbante. Ctoniophonie ha assunto diverse sembianze e mi ha permesso di collaborare con noiser come Jacopo Mittino (52-Hearts Whale, Pink Dolphin) e Francesco Zedde (Tacet Tacet Tacet, Tonto, Discomfort Dispatch) fondamentali per la progettazione e la riuscita del progetto. Assieme abbiamo sperimentato una percezione diversa del suono – che potremmo definire tattile – in cui anche spettatori sordomuti riuscivano a “sentire” le frequenze e le vibrazioni emesse dalle lastre ed interagire con esse. Anche le risposte emotive del pubblico sono una continua scoperta, a volte anche agli antipodi. È sempre un’esperienza diversa e spero che cresca ancor di più, la considero come un rituale, una celebrazione del noise nella sua vera essenza: la sua funzione apotropaica è in grado di privarci delle nostre maschere sociali, dalle costrizioni che perpetuiamo ogni giorno, pareggiando ogni differenza e ricordandoci di ricoprire semplicemente il ruolo di noi stessi.

 

21.06.2018 – ore 16.30 / Incontro con Clara Andrès. Casa dalla Volpe (Bologna)

Ciao Clara. Durante la mia residenza a Bologna mi avete invitato ad uno screening video: una piccola rassegna di cortometraggi e videoarte. E così il garage di casa vostra si è trasformato in un contenitore che ha accolto il progetto Cine Escondito con i lavori di Diego Muraca, Valeria Masu, Anna Fantuzzi, Aurora Montecchio, Ettore Dicorato e Mina Azemoudeh. Casa dalla Volpe è un appartamento con 4 stanze, una cucina, un bagno. un terrazzo e un garage, ma non solo. Che cos’è Casa dalla Volpe?

Il progetto è cominciato ad aprile 2018, quando la nostra casa è stata aperta per la prima volta al pubblico in una serata dedicata alla presentazione degli spazi, allestiti con una selezione di opere di noi residenti. Avevamo voglia di creare uno spazio artistico diverso, in cui la contaminazione tra linguaggi artistici potesse essere condivisa con il pubblico in maniera conviviale e spontanea. La serata ha avuto un buon esito e questo ci ha dato la spinta per continuare e proporre eventi periodici con lo scopo di promuovere artisti ancora poco conosciuti. È nato così Cine Escondido, il secondo evento, caratterizzato da una piccola rassegna di cortometraggi e video arte inediti, prodotti da giovani artisti della scena bolognese. Il cinema è stato allestito nel nostro garage e ha accolto un pubblico che si è dimostrato ancora una volta coinvolto nell’atmosfera del luogo e aperto alla condivisione di esperienze e ricerche.

 

21.06.2018 – ore 17.30 / Incontro con Mina Azemoudeh. Casa dalla Volpe (Bologna)

Essere presenti in due diverse geografie. Lo sguardo rivolto a queste due dimensioni racconta l’incontro e lo scontro dell’artista con le stesse. Le riprese sono fatte tra Bologna e Shiraz. Questa è la sinossi dell’opera video esposta per Cine Escondido presso Casa dalla Volpe. Me ne parli?

Per raccontare come sono arrivata a questo lavoro devo tornare indietro nel tempo. Dieci anni fa ho cominciato a realizzare degli autoritratti fotografici e pittorici, concentrandomi sulla dualità o molteplicità di sé. Tre anni fa, quando finalmente sono riuscita a venire qui in Italia (un sogno che avevo fin dall’infanzia), il mio percorso di ricerca ha cambiato direzione. Venendo da Shiraz, città di un paese orientale, in cui lo stile di vita, i valori culturali e sociali, i rapporti umani, la lingua e filosofia sono completamente diversi, ho avuto delle difficoltà nel sintonizzarmi a questa nuova situazione. Vivevo in una sospensione mentale: fisicamente ero in Italia, ma il il mio pensiero era rivolto ai luoghi dove sono cresciuta, dove mi sono formata. Era un continuo paragone tra il mio presente e il mio passato, tra tutto ciò che vedevo e sentivo. Boloraz è l’autoritratto di un immigrato e vuole parlare di questo stato fisico e mentale. Ho voluto offrire allo spettatore qualcosa del mio vissuto.

 

21.06.2018 – ore 22.00 / Incontro con Amerigo Mariotti. Adiacenze (Bologna)

Grazie Amerigo per la visita guidata in tarda serata da Adiacenze (dopo un opening decisamente affollato al MAMbo). Come direttore artistico dell’organizzazione e rispetto alla progettualità della stessa, ti chiedo di portare qui una tua riflessione sulla pratica artistica delle nuove generazioni con cui sei in continuo dialogo.

Ciao Alberto, grazie a te per la stimolante chiacchierata notturna. Rispetto al lavoro svolto in tanti anni di attività di Adiacenze ti posso dire che noto diversi cambiamenti nelle generazioni di esordienti con i quali ho avuto il piacere di collaborare. Sicuramente le nuove leve sono eccessivamente, a mio avviso, influenzate nella pratica artistica dal mondo dei social media. Il rischio è che – inconsapevolmente – il gusto artistico si appiattisca fino a ripetersi, omologando l’arte proprio come accade quando alle fotografie mettiamo un filtro su Instagram. Inoltre i giovani artisti sono molto attenti al confezionamento delle loro opere, quasi fossero portati a concepire e visualizzare le stesse come prodotto. Detto questo, è da evidenziare un aspetto spesso positivo: sono artisti più consapevoli nel modo di presentarsi e mostrare il proprio lavoro, più manager di loro stessi. Anche troppo a volte. Il consiglio che do ogni volta che con loro mi trovo a progettare una mostra, è di rischiare – di non accontentarsi di quel che può funzionare. Quando questo accade, quando si spingono oltre i loro limiti, allora riescono a superare la superficie delle cose e a comunicare pensieri autentici attraverso un linguaggio che è solo loro – unico.

 

Paolo Bufalini_Feedback_exhibition view, Adiacenze_2018
ph Filippo Cecconi

 

22.06.2018 – ore 9.00 / Incontro con Niccolò Benetton. Ostello We Bologna (Bologna)

Un incontro casuale. Una chiaccherata in ostello. É stato un piacere conoscerti Niccolò. Abbiamo parlato di collezionisti, di gallerie, di fiere, di nuove strategie museali, di spazi indipendenti e della forza politica ed economica che gli stessi stanno raggiungendo. Come artista, mi racconti della tua esperienza all’interno di queste realtà che definiscono il sistema dell’arte contemporanea?

Ciao Alberto. È stato un vero piacere anche per me. Reduce dell’opening spero di non aver detto troppe cazzate ma nel caso sono felice di avere l’occasione di recuperare. Mi sono preso la libertà di coinvolgere anche Simone visto che abbiamo condiviso qualsiasi nostra esperienza all’interno del mondo dell’arte come è condivisa la nostra posizione a riguardo. Ci teniamo a sottolineare, con un’espressione che prendiamo in prestito dai meme di “Make italian art great again”, che siamo solo “dei giovani artisti italiani semplici” e che la nostra esperienza tocca tutte le realtà che hai menzionato ma in modo parziale e che quindi probabilmente nemmeno noi abbiamo una panoramica chiara rispetto a queste. Nella realtà italiana dove purtroppo, rispetto ad altri stati, i fondi a disposizione dei giovani artisti sono una merce piuttosto rara va da sé che spesso la principale fonte di sostentamento, ad eccezione del classico “lavoretto”, rimane l’acquisizione. Se è vero che in arte si è sempre venduto di tutto, è anche vero che rimane ancora una certa predilezione per certe forme espressive piuttosto di altre. Ed e qui che la realtà dello spazio indipendente diventa interessante. Per lo più estraneo alle logiche di mercato diventa luogo per la sperimentazione nel più puro senso del termine. La proliferazione di questi spazi è probabilmente il sintomo della necessità di confrontarsi con una dimensione espositiva da parte di una serie di artisti e curatori che all’inizio della propria carriera, ma non solo, difficilmente riescono a trovare spazio all’interno di un sistema che, comprensibilmente, predilige la sicurezza di un artista istituzionalizzato.

 

22.06.2018 – ore 12.30 / Incontro con Irene Angenica. Pranzo dal palestinese (Bologna)

Un pranzo squisito con crocchette vegetariane e salse accompagnate da un tè freddo alla menta di certo apprezzato in un giornata calda di Bologna. Tra prelibatezze palestinesi ho avuto il piacere di confrontarmi con te rispetto alla progettualità di Porto dell’Arte, di cui sei alla direzione, e degli spazi progetto attivi sul territorio. E a proposito di spazi: sempre più spesso sentiamo parlare di spazi progetto, spazi indipendenti, spazi di ricerca, artist-run space; nascono festival per gli spazi indipendenti, tavoli di lavoro, talk pubblici sul tema. Una tua lettura critica del fenomeno?

Partiamo dal principio, ovvero non è un fenomeno storicamente nuovo, ci sono stati moltissimi artists run space e spazi no-profit “ante litteram”, però essendo sempre state realtà piccole in epoca pre-social era più difficile venirne a conoscenza. La sperimentazione artistica è sempre esistita, ed è fondamentale che riceva il giusto risalto e visibilità, quindi stimo tantissimo chi svolge un lavoro, spesso anche volontario, per far si che queste manifestazioni esistano. Penso anche che per riuscire a rispondere a questa domanda in maniera esaustiva avrei bisogno di molto spazio e non voglio annoiare nessuno.

 

22.06.2018 – ore 19.30 / Studio Visit ad Aurora Montecchio. Aperitivo in Via delle Belle Arti (Bologna)

Il viaggio come strumento di ricerca personale, purificazione e analisi. Mi racconti del tuo viaggio?

Il mio viaggio è cominciato da un senso di riscatto e dal desiderio di voler poggiare uno sguardo rinnovato sulle cose. L’intento fin dall’inizio è stato quello di raggiungere i quattro orizzonti marittimi della Spagna, percorrendola in modo circolare, in una sorta di conquista spaziale e fisica del luogo. Il percorso è durato all’incirca un mese e mezzo. Avevo con me una vecchia analogica e due rullini 35 mm, che sono bastati a raccogliere ciò che era necessario. È nato così “Dejárselo al mar”, un libro fotografico che contiene la narrazione per immagini del mio viaggio in tre capitoli. Si tratta di una emersione dalle profondità buie di un mare fatto di bagliori bluastri, ricordi del tatto sulla pelle, di sensazioni. A un certo punto si riesce a risalire da questo mare e si comincia a camminare e camminare, guardandosi intorno, trovandosi lentamente in uno spazio più arioso, che offre nuove suggestioni. La prospettiva, allora, si sposta, non scruta più nulla di particolare, abbraccia l’orizzonte del mare e mira all’infinito. È così che si riesce ad abbandonare il proprio peso e si diventa parte di questa espansione, i confini perdono il loro significato, si accoglie ogni cosa come rinnovatrice.

 

23.06.2018 – ore 9.30 / Incontro con Alessandra Brown. Sottosuolo (Bologna)

… e prima della visita agli spazi di Sottosuolo e a Splatterburst di Luca Lo Giudice, un buon caffè e delle buone paste per iniziare come si deve il sabato. Grazie Alessandra! Sottosuolo ha invitato un’artista che ha costruito un dispositivo capace di portare dei contenuti importanti sul tema della fruizione delle immagini nel tempo presente. Come si è articolato il progetto in oggetto e quali restituzioni da parte del pubblico?

Il progetto di Luca Lo Giudice è nato dall’idea di riprodurre una visione della comunicazione in sé brutale: fatta di stereotipi visivi e comportamentali. Veicolando lo spettatore in un percorso di violenza, egli è stato invitato a sparare contro l’installazione con una copia elettrica di un fucile d’assalto. La reazione a questo invito è stata differente a seconda di quando il pubblico ha avuto l’occasione di partecipare alla mostra. Nello specifico, durante l’inaugurazione, che è stato il momento di maggiore affluenza, il coinvolgimento è stato da un lato molto acceso ed euforico, ma dall’altro poco approfondito. In un secondo momento, invece, una visita più intima ha permesso al fruitore di porsi dei seri interrogativi sul senso del lavoro di Luca e sul proprio agire.

 

Luca Lo Giudice_Splutterburst_exhibition view, SottoSuolo, 2018

 

23.06.2018 – ore 11.00 / Studio Visit a Barbara Baroncini. Collegio Venturoli (Bologna)

Ciao Barbara, il tuo ruolo nella definizione del calendario di questa mia residenza è stato fondamentale. Come artista è la prima volta che prendi l’impegno di una curatela di un progetto che in questo caso specifico si è espressa attraverso la cura delle mia permanenza a Bologna. Ti ringrazio di cuore! Un tuo pensiero sulla figura del curatore?

Ho scelto alcuni di tra gli artisti e le situazioni attive a Bologna, molto spesso artisti che gestiscono uno spazio o il loro stesso studio, interpretandolo come un Artist Run Space. Gli artisti e le situazioni che ti ho presentato ti avranno fatto intuire la mia percezione su Bologna: una concentrazione di giovani energie e produzioni dal basso che si costruiscono una posizione dinamica operando in uno spazio fluido, in certi casi anche in risposta all’immobilismo di certe istituzioni. Penso che il mio lavoro di curatela è stato principalmente un lavoro di filtro all’interno della molteplice proposta artistica bolognese. Spero che questo lavoro di curatela possa concretizzarsi in una forma e in un contenuto, qui o a Bergamo o in entrambi i luoghi, per creare uno scambio tra le due città. Ritengo che la massima capacità di un curatore è quella di saper inventare. Una buona mostra deve essere un’invenzione che tratta di meccanismi e dinamiche che appartengono alla contemporaneità. Per fare questo il curatore pone l’accento su un valore e lo crea, a prescindere che esista o meno nella realtà. Una mostra costruita con una solida idea curatoriale si sviluppa dalle esperienze passate, si innesta nel tempo presente ed è desiderosa e incline a dare un’immagine del domani e di un possibile futuro. Per concludere, è importante che il curatore sia un alleato degli artisti e abbia una propensione verso il pubblico perché insieme si cresce meglio.